Chi ha tempo perda tempo!

07 Novembre 2016

«Il tempo è come un fiocco di neve, scompare mentre cerchiamo di decidere che cosa farne».
(Cit. Romano Battaglia)

Mettiamo che, per caso, voi dobbiate svolgere un lavoro… Sì ok, lo so, dirlo adesso provoca l’automatica risposta: «Magari! Ad avercelo!»; ma non per niente ho scritto “per caso”! Ecco, mettiamo che, PER CASO, voi abbiate un lavoro da compiere. Non so, per esempio, ipotizziamo che dobbiate scrivere un articolo, o studiare un libro (ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale). E mettiamo che, sempre per azzardo, voi abbiate una certa quantità di tempo per farlo. Ebbene, in realtà, più avrete tempo, più vi ridurrete all’ultimo. Avete un mese? Vi basterebbe una settimana? Lo farete negli ultimi due giorni. Sicuro come l’or… No, vabbè, come l’argento!

Il motivo, spiegano gli scienziati (dai, credeteci!), è che la nostra mente tende a sovrastimare la sensazione di tranquillità, rispetto a quella di urgenza. Se il vostro incarico richiedesse una settimana e il tempo a disposizione fosse una settimana, probabilmente dosereste con precisione il lavoro da fare ogni singolo giorno. Ma se per lo stesso lavoro aveste un mese, probabilmente il vostro primo pensiero sarebbe: «Ma sì, tanto ho tempo!» Questo pensiero di solito si protrae fino alla settimana prima della scadenza, quando dovete effettivamente iniziare a programmare il da farsi, ma la vostra mente è ancora intenta a galleggiare nella tranquillità, lontana anni luce dall’adrenalina e dalla pressione che vi farebbe agire per il meglio.

Per questo motivo, lo studioso Nonunka Z’Dafà ha formulato il Primo Teorema di Opmet (potrei lasciarvi qui a scervellarvi per ore, per capire da dove cacchio venga questo nome, ma sono buono: è solo “tempo” al contrario!) secondo cui il lavoro da svolgere giornalmente (l) dovrebbe sempre essere direttamente proporzionale al lavoro totale (L) e inversamente proporzionale al tempo necessario (t).

Che detto in parole povere (così capite pure voi), significa semplicemente che per svolgere al meglio il vostro lavoro (sì, quello ipotetico dell’inizio!) dovete semplicemente suddividerlo in tante parti quanti sono i giorni a vostra disposizione e svolgerne quotidianamente una, fino alla scadenza. (Percepisco i vostri respiri di sollievo, per non aver dovuto cercare su Wikipedia la proporzionalità diretta e inversa.

Tuttavia (speravate di averla fatta franca, eh?), il più noto oppositore di Z’Dafà, tale professor Migràtt LaPánz, sostenne che ciò non era sufficiente a spiegare il comportamento anomalo dell’uomo, ma piuttosto dava esclusivamente indicazioni su come si sarebbe dovuto agire. Per questo motivo, LaPánz formulò un altro teorema, originariamente chiamato Teorema LaPánz, ma oggi noto come Secondo Teorema di Opmet:

Secondo LaPánz, insomma, il tempo da fornire (T) ad un uomo per un incarico deve essere pari al prodotto del lavoro da svolgere quotidianamente (l) e del tempo strettamente necessario (t). In soldoni, il lavoro da fare ogni giorno per il numero di giorni strettamente necessari per terminare.

Poiché il secondo teorema non entrava in conflitto con il primo, lo psicologo italiano Orazio Mobbasta mise fine alla diatriba formulando il Terzo (e ultimo) Teorema di Opmet: unendo le formule precedenti e semplificando dove possibile, arrivò a definire che il tempo fornito (T) per un certo lavoro (L) è equivalente al lavoro stesso. Un modo come un altro per ribadire un antico detto: il tempo è denaro.

Ma anche un altro modo per dire: «Non ci abbiamo capito una mazza!» Per questo, non possiamo fare altro che usare il “buon senso” e giungere all’unica soluzione possibile: se con tanto tempo a disposizione si rischia di fare un lavoro peggiore che avendone poco, il mio personale consiglio è… Chi ha tempo, perda tempo! E giusto per dare un’ulteriore nota di nonsense al tutto, vi rimando alle parole di un Nobel per la Letteratura, Elias Canetti: «Se avesse usato bene il suo tempo, non sarebbe diventato nessuno».

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