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Anche nel terrorismo il troppo stroppia

4 Giugno 2017 | Società & Politica

Stavo facendo una riflessione, riguardo i continui attentati terroristici che stanno colpendo tutto il mondo: siamo proprio sicuri che questo terrorismo sia di prima scelta? Per carità, non voglio dire che ci sia un terrorismo migliore di un altro, ma forse un po’ sì… Ce n’è sicuramente uno che riesce nei suoi intenti e uno che, per quanto si dia da fare, non ci riesce.

Fingiamo per un momento che non si stia parlando di morte e distruzione e guerra. Facciamo finta che si stia discutendo di uno show. Perché, in fondo, è di questo che ci stiamo occupando. Noi vediamo i morti, i feriti, la distruzione, ma gli “showmen”, gli organizzatori, quelli che ci mettono le idee, le attrezzature, gli attori, ci vedono solo uno spettacolo di propaganda, uno show della paura.
Ecco, allora, mettiamoci per la durata di questo articolo (e non oltre, mi raccomando) nei loro panni. O meglio ancora, nei panni di un pubblico che vuole uno spettacolo grandioso a cui assistere. Io, in questi panni, ultimamente, sarei estremamente deluso. A livelli epici. Tornerei a casa, mi metterei al PC, andrei su tutti i portali di recensioni di attentati terroristici e stroncherei immediatamente le produzioni, i registi, gli effetti speciali e la recitazione, ma soprattutto la sceneggiatura. Dov’è il pathos? Dov’è la suspense?

Ragioniamoci insieme. Saremo tutti d’accordo che, nonostante il passare degli anni, e il numero di spettacoli a cui ci hanno costretti, quello dell’11 settembre 2001 a New York rimanga un capolavoro inarrivabile. I motivi sono molteplici (l’obiettivo, il mezzo utilizzato, il numero di vittime, le scenografie, gli effetti speciali ecc.), ma credo di poter essere abbastanza sicuro nel dire che il suo maggior punto di forza fosse l’imprevedibilità, il colpo di scena: nessuno se lo aspettava, nessuno lo avrebbe creduto possibile.

Ecco che allora come nelle peggiori saghe horror cinematografiche, il voler mangiare troppo dallo stesso piatto inizia a stufare. Le stesse scene, ma girate a basso costo. Gli obiettivi sempre più “facili” e prevedibili. La cadenza quasi settimanale delle repliche. La mancanza di idee… Tanto che ormai la produzione è pronta a prendersi il merito pure di spettacoli minori, messi in scena da attori amatoriali.

Non voglio sminuire le morti, le vittime o la sofferenza che tutto questo sta causando, quanto piuttosto proporvi un punto di vista alternativo. Evidenziare quanto questi cosiddetti “terroristi” siano disperati e alla canna del gas. Dimostrarlo è piuttosto semplice: basta osservare le reazioni del pubblico da casa. Non di chi è direttamente coinvolto o dei suoi conoscenti, ovviamente, ma di chi osserva il tutto da chilometri e chilometri di distanza. Le nostre reazioni, insomma.

Ormai, ogni volta che c’è un attentato diventa motivo di qualche chiacchiera scontata, un po’ come il clima o le partite di calcio, ma nulla di più. Ci dispiaciamo, leggiamo qualche articolo a riguardo, un telegiornale, e poi via con altri pensieri, coi problemi quotidiani, col lavoro.

«Ehi, hai visto che tempaccio?!»
«Già. Mannaggia, avevo appena steso fuori… Ieri, la Juve?»
«Meglio non parlarne guarda, una vergogna. Hai sentito di Londra?»
«Sì, prima o poi bisognerà fare qualcosa contro questi bastardi… Ciao, buon lavoro.»
«Ciao, a domani!»

Nulla a che vedere con le lacrime davanti alla TV, le crisi isteriche, l’interruzione di qualsiasi altra trasmissione, la paura… Ecco, la paura. Non c’è più. La sentono ancora quelli che vivono un attentato in prima persona, i loro vicini, i loro parenti, ma non più il grande pubblico da casa. Non c’è più paura. Perché non si può vivere nel terrore per mesi, per anni, senza pause, senza un momento di quiete. Perciò ce ne si fa una ragione, ci si fa l’abitudine per salvaguardare la nostra salute mentale, per non impazzire. Apriamo un cassetto del nostro cervello, prendiamo la nostra paura, la ripieghiamo con cura e la infiliamo lì. Sempre a disposizione, quando serve, ma nel suo posticino speciale, che si può chiudere ogni volta e non vedere per un po’.

E qui arriviamo al punto di partenza: un terrorismo che non riesce più a fare davvero paura, è obiettivamente un buon terrorismo? O anche solo: è davvero terrorismo? Riesce ancora a mantenere il suo potere, che è esclusivamente quello psicologico su chi non viene colpito? Secondo me, no. Anche in questo campo, il troppo stroppia. Un terrorismo che non fa paura, che stufa, che non ha appeal, non è più un terrorismo davvero temibile.

Davide Delmiglio

Nasce il 24 ottobre 1985 a Milano con il sogno di fare il cantastorie e si innamora fin dall’infanzia di cinema, letteratura e fumetti. Opinionista ateo socialistoide, diventa partigiano del Web grazie allo pseudonimo di VentoTagliente col quale dà libero sfogo ai pensieri, alle idee e alle idiozie che gli passano per il cervello. Attenzione! Prenderlo troppo sul serio, può nuocere gravemente alla salute.

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